LA COSCIENZA DI ZENO, ITALO SVEVO (1923)

Ettore Schmitz cambiò nome in Italo Svevo, come a significare un’unione tra cultura italiana e cultura germanica, mai venuta meno nel territorio in cui lo scrittore viveva e si era formato. L’Italia era ormai una nazione piuttosto solida, ma Svevo sapeva che le correnti culturali non sono mai endogene e non si esauriscono attorno al loro ombelico. La sua città, Trieste, era un osservatorio sicuramente periferico e lontano dalle città dei movimenti della tradizione letteraria italiana, ma aveva comunque la possibilità di sentirne l’eco e la prerogativa di dialogare, in misura più stringente, con l’Austria e la Germania, cioè con quei Paesi che nei primi due decenni del Novecento avevano dato un impulso forte alle scienze umane e alle ricerche scientifiche, basti pensare a Sigmund Freud e Albert Einstein. Svevo era pienamente a conoscenza delle nuove teorie che si andavano diffondendo oltralpe e con La coscienza di Zeno riuscì a costruire il primo romanzo italiano della modernità, in cui l’individuo è totalmente al centro della narrazione, in una sorta di monologo interiore, dove le vicende della vita e le relazioni con gli altri sono filtrate in maniera forte dalla visione deformata, personalissima e ironica del protagonista. Il romanzo è ambientato tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in un periodo in cui Trento e Trieste erano ancora parte dell’Impero Austro-Ungarico, e certe ironiche prese di posizione dialettiche verso la cultura imperante erano la descrizione della complessità formativa dell’autore.
Già Pirandello con Il fu Mattia Pascal aveva posto il protagonista di fronte a una necessità di amara consapevolezza, dove la coscienza individuale doveva cimentarsi di fronte a prove e turbamenti che il romanzo analizzava nelle riflessioni del protagonista stesso. Tuttavia il quadro generale della storia pirandelliana era sempre costruito secondo uno schema tradizionale di bilanciamento tra le descrizioni esterne e quelle interne dell’anima. È con La coscienza di Zeno che l’io narrante prende il completo sopravvento e riesce a rendere tangibile il flusso di coscienza, a trasportare il lettore dentro le modalità cognitive di rappresentazione della vita da parte di un individuo, dentro la testa del protagonista.
Il libro sono le memorie di Zeno Cosini, pubblicate per rivalsa dal suo psicanalista perché egli non aveva proseguito le cure. Si raccontano i tentativi di Zeno di ricordare la propria infanzia, il rapporto conflittuale col padre, i fatti che lo portano a sposarsi, il famosissimo rapporto col vizio del fumo, ecc.
Zeno è un inetto, un uomo inadeguato di fronte alle cose della vita. Ormai l’eroismo e il vitalismo di metà e fine Ottocento hanno compiuto la loro rovesciata. La modernità si apre con la crisi dell’individuo di fronte al mondo.