GLI INDIFFERENTI, ALBERTO MORAVIA (1929)

“Moravia tende a presentarsi come un ritrattista spregiudicato e oggettivo del costume e insieme come un romanziere di idee”. Nonostante questo dello storico della letteratura, Natalino Sapegno, sia un giudizio molto datato, pare riflettere piuttosto sinteticamente le qualità dello scrittore romano. Accanto a queste doti c’è senz’altro anche “una sostanza di moralità” che si vede subito, in questo suo romanzo giovanile d’esordio. Alla base della storia c’è l’ipocrisia e la menzogna di un ambiente borghese dove le relazioni umane sono sfilacciate dalla noia e dalla superficialità. Ci sono Michele e Carla, fratello e sorella. La madre, Mariagrazia, sta con Leo, il suo amante che però ci prova con Carla. La mamma, invece, sospetta che Leo sia preso dalla sua amica Lisa, che invece è attratta da Michele. In questi intrecci di desideri, equivoci e bassezze relazionali si insinua anche il tentativo da parte di Leo di rubare il patrimonio immobiliare di Mariagrazia. Michele viene invitato da Lisa ad aprire gli occhi e a fare qualcosa, ma il suo tentativo fallisce quando scopre che la pistola con cui vorrebbe far fuori Leo è scarica.
Moravia (all’anagrafe Alberto Pincherle) descrive il cinismo e l’assenza di scrupoli di un personaggio come Leo, ma anche l’infingardia emotiva dei fratelli. Uno spaccato piuttosto patologico di un’Italia fascista che, al di là degli strombazzamenti di regime, aveva al suo interno vicende borghesi di grande miseria umana.