150° arte – FATTORI A MAGENTA

Giovanni Fattori nella sua biografia cita a malapena la propria famiglia, forse perché in tutte le epoche, quando si fugge o ci si distanzia dall’uscio sottocasa anche il racconto della propria vita comincia dal momento dell’autonomia. Il padre era un modesto cardatore di canapa, un materiale con cui veniva fabbricato il cordame per tante navi del porto di Livorno, città dove Giovanni nasce nel 1825. La madre, invece, era fiorentina. Giovanni Fattori amava ricordare comunque le sue umili origini e si vantava della propria ignoranza (diceva di sé: “io ero il più ciuco, non facevo che chiasso; lavoravo poco e molto meno studiavo. La storia dell’arte non l’ho mai saputa. Un vero e pretto ignorante”), ma mentiva perché a modo suo fu un uomo colto e attento a quello che gli succedeva attorno. A venti anni si trasferisce a Firenze e frequenta l’Accademia di Belle Arti in pazza San Marco sotto la guida del Bezzuoli, ottimo insegnante e uno dei grandi pittori storici del periodo risorgimentale. Quando scoppiano i moti di Toscana del 1848 Fattori si infiamma per lo spirito nazionalista e rivoluzionario del periodo. Gli eventi della ribellione lo distolgono dalla pittura e lui dimostra grande coraggio e un po’ di sventatezza quando il Partito d’azione lo usa come fattorino di corrispondenza per far circolare messaggi stampati incendiari, simili a volantini, in vari paesi toscani. Finita questa avventura politica e formativa di una coscienza civile, il giovane livornese ritorna alla pittura con un impegno maggiore rispetto al periodo formativo. Insieme a un giovane scultore Fattori abitava in una soffitta di via Nazionale e la vita scorreva gioconda. Egli era festaiolo e bohemienne senza saperlo, e racconta che “una bella biondina, moglie di un fiaccheraio, si era innamorata di me. Veniva a farci le minestre di magro”. Ormai posseduto dalla febbre dell’arte, si spingeva entusiasta a cercare nuove vie artistiche che andassero oltre le bezzoliane opere storico-romantiche del maestro avuto all’Accademia. Giovanni Fattori frequentava il Caffè Michelangelo di via De’ Martelli che era diventato in poco tempo il luogo cruciale per la rivoluzione dell’arte italiana e delle nuove idee anticlassiche e risorgimentali: un posto pieno di fermenti suscitati dai giovani artisti e dagli intellettuali che bivaccavano giorno e notte al caffè, arrivando a Firenze da tutta la penisola. Ed è uno di questi frequentatori del Caffè Michelangelo che impressiona particolarmente il Fattori; si chiama Nino Costa ed è un pittore romano conosciuto nel 1859 e del quale il pittore toscano dice: “Mi misi sulle sue costole e lo seguii per la strada, per casa alla campagna, e lui molto benevolmente mi apriva la mente all’arte”. Consigliato proprio da Nino Costa, Fattori partecipò al concorso indetto da Bettino Ricasoli, allora reggente del governo toscano, per quattro grandi tele sulle battaglie di Curtatone, Palestro, San Martino e Magenta. Racconta Fattori: “Questi quadri mi dettero lo spirito acuto di fare studi di animali e paesaggio, e di essere continuamente osservatore della vita militare …. E mi sono interessato anche, potendo, di mettere sulla tela le sofferenze fisiche e morali di tutto quello che disgraziatamente accade…”. Ecco che in un decennio Fattori abbandona le intemperanze giovanili, frequenta i luoghi giusti dove sono diffuse le nuove tendenze artistiche e trova la maniera di concentrarsi su alcuni soggetti pittorici che lo impegneranno in vario modo su figure che in seguito saranno ricorrenti nelle sue tele e nel suo modo di operare la composizione delle scene dei suoi quadri. Si trovano allora i cavalli, gli animali da traino, le figure militari o umili che sono rappresentate in atteggiamenti realistici e mai enfatici: la ripresa dal vero per Fattori è concretezza d’esistenza e non espressività teatrale dei soggetti in scena. Ed è una ripresa dal vero che nasce dagli studi dal vero immortalati nei suoi taccuini e nei suoi piccoli fogli o nelle tavolette tracciate dalla grafite dei carboncini e dei lapis del tempo.
Fattori si appassionò a tal punto alla missione pittorica di raccontare la rinascita italiana, all’intenso impegno militare e popolare che lottava per l’unità nazionale che quando il 2 luglio 1860 si sposa con Settimia Vannucci, pensa bene di partire insieme alla neomoglie verso i luoghi della battaglia di Magenta per eseguire gli studi pittorici dal vero. Così, novello sposo, a distanza di un anno dalla battaglia più felice contro gli austriaci, dopo le precedenti “Cinque Giornate di Milano”, si recò sul posto per tracciare un’ispirazione realistica per la sua tela, conservata oggi alla Galleria di Arte Moderna di Palazzo PItti a Firenze. Infatti, nella piccola città lombarda di Magenta, il 4 giugno del 1859 si era combattuta la battaglia fra l’esercito franco-piemontese comandato da Napoleone III e gli austriaci agli ordini del maresciallo Giulay, battaglia che si risolse in favore dei primi e che aprì alle truppe vincitrici la strada per Milano. Prima di dipingere i soldati francesi stette a guardarseli per giorni e giorni lì alle Cascine, belli, fieri e spocchiosi nella loro occupazione per il controllo del territorio. Questo lavoro dal vero impreziosì l’attività del guardare di Giovanni Fattori, tanto che nelle sue battaglie i soldati a piedi (detti al tempo fantaccini) mostrano le facce popolane da contadini e artigiani. Molti di loro sono presi di spalle, un motivo che era quasi un’ossessione di Fattori. Dai comandanti a cavallo ai soldati francesi coi loro zaini affardellati, Fattori entra nelle battaglie dalle retrovie con umiltà e rigore. E questo l’aveva capito anche Luchino Visconti quando fece Senso, e andò a guardarsi le tele del Fattori, che lo aiutarono per il suo film sul Risogrimento facendolo arrivare a Custoza passando prima fra i carri e le monachine delle infermerie da campo rappresentate dal pittore toscano. A Fattori il fatto eroico non interessava, gli piaceva raccontare la fatica, l’ansia, la paura, tutto ciò che si coglie se al fronte si arriva da dietro e ci si mischia tra i faticatori. Giovanni Fattori si ricordava le sue umili origini e dal pennello gli uscivano i contadini, gli analfabeti, la gente che in battaglia ci lasciava la pelle, oltre ad aver già scontato una vita di stenti. Sono tutti loro che rimarranno protagonisti indiscussi delle sue celebri tavolette, accanto alle bestie, ai barrocci, ai pagliai e alla terra.

(ha collaborato Cataldo Valente)