LA TIFOSA DI GARIBALDI

Una lettera inedita di Garibaldi loda l’impegno di Laura Solera per la causa italiana. L’appassionata donna lombarda dedicò buona parte della propria vita alla causa garibaldina.

Che cosa sarebbe stato di Giuseppe Garibaldi se non avesse avuto il sostegno di tante donne impegnate nella sfida patriottica per un’Italia unita e libera?
La storia ufficiale si è sempre ricordata degli uomini del Risorgimento. Oggi sappiamo quante fossero le donne impegnate per la Patria nascente. Non sono stati sparuti episodi, né gesti di convenienza nati dopo il 1861. Tante donne italiane ebbero il coraggio di capire subito la posta in gioco: un’Italia finalmente libera. Già nel 1848 qualcuna era al fianco di Garibaldi per sostenere la causa. Una di loro si chiamava Laura Solera Mantegazza e proprio nell’anno delle Cinque Giornate di Milano trovò il modo di aiutare i garibaldini, come si legge in una lettera di Giuseppe Garibaldi del 6 ottobre 1848 dove il generale la ringraziava per la causa:
“Amabilissima Signora, i procedimenti vostri verso i miei compagni d’armi, feriti, o profughi, sono sì meritevoli della mia gratitudine, che non sono certamente capace d’esprimerla. Voi, anima generosa, avete nel cuor vostro il compenso delle azioni incomparabili di cui voi sola eravate capace; ma nel decorso della bella vostra carriera di filantropia e di magnanimità, se potessero occorrervi i serviggi miei, la servitù mia, credete, che d’altro nulla, io tanto mi onorerei, e rimarrei soddisfatto. Io abbandonai la Lombardia, indi la Svizzera, per recarmi in questo – voi sigra vi compiaceste manifestarmi della stima, quand’io vi conobbi, e non dubitate, non sia io per adoperarmi ovunque al risorgimento dell’infelice nostro paese. Ebbene confidate in Dio, e negl’Italiani – noi passeremo certo a dure prove, e grandi saranno le vicende di disagi, di sventure, d’esterminio – ma – trionferemo – accettatene l’augurio – qui, si ragiona di guerra, e si fanno preparativi”.
“La lettera di Garibaldi – spiega la conservatrice Maria Gloria Roselli della sezione Antropologia-Etnologia del Museo di Storia Naturale di Firenze – è conservata nell’archivio del Museo, tra le carte personali di Paolo Mantegazza, fondatore del Museo e figlio della Solera. Questa lettera di Garibaldi è la vera fuoriserie, perché è un documento che fa capire l’importanza del cordone di solidarietà femminile che stava intorno al generale e fino a oggi la lettera non è mai stata pubblicata”.
Nel testo Garibaldi ringrazia la Solera per l’aiuto che lei gli offrì dopo la battaglia di Luino, sul lago Maggiore, uno scontro sanguinoso tra austriaci e patrioti guidati dal Generale, avvenuto il 15 agosto 1848. Laura curò una trentina di feriti, ospitandoli nella sua villa “La Sabbioncella”, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore. Curò e ospitò insieme feriti italiani e austriaci fino a guarigione, per carità cristiana certamente ma di fatto anche per acquisire credito presso gli austriaci, che userà in seguito per la causa patriottica italiana. E Garibaldi le era grato, come scrisse nella chiusa della lettera inedita: “I nostri fratelli Lombardo-Veneti non devono soggiacere nel Servaggio – quantunque sia molto l’egoismo in Italia … molti generosi vi sono, e clameranno co’ pugni chiusi … affronteranno qualunque pericolo. A voi, reitero i miei ringraziamenti … Onoratemi con due righe vostre e credetemi vro per Sempre. G. Garibaldi”.
Laura Solera, nata nel 1813, apparteneva a una famiglia benestante della borghesia milanese e respirò fin da piccola aria di impegno politico. Il padre, a causa delle idee anti-austriache, fu costretto a scappare in Svizzera. Lo zio Antonio fu rinchiuso allo Spielberg con Silvio Pellico. Il cugino Temistocle fu librettista di Giuseppe Verdi, e scrisse il Nabucco. A diciassette anni, orfana di madre e col padre all’estero, Laura sposò Giovan Battista Mantegazza da cui ebbe tre figli. Nel marzo 1848 scoppiò la rivoluzione contro gli austriaci, con le Cinque Giornate di Milano, e Laura ebbe l’incarico dal Governo Provvisorio della Lombardia di organizzare un servizio di lettighe e di cura ai feriti.
Garibaldi e la Solera si conobbero sul lago Maggiore, a casa di amici, e da allora il fascino per la figura del Generale non la abbandonerà mai. Tra i due la stima e la simpatia furono reciproche e per tutta la vita non persero contatti, diretti o epistolari. Per esempio nel maggio del 1864 Laura, che a Milano aveva fondato il Bazar Garibaldi scrive:
“Generale! G
Le donne della società femminile di Bologna, inviandoci dei doni per il Bazar che a voi s’intitola, ci davano il dolce incarico di farvi consegnare un bicchiere d’argento ch’esse hanno a voi dedicato. … La società delle nostre operaje di Milano, brama pure vi sia acchiusa una copia delle parole di ringraziamento da queste figlie del popolo inviate agli operaj inglesi … Permettete, Generale, che dopo avere seguite le commissioni altrui, vi dica il palpito d’orgoglio e di gratitudine provato nei passati giorni per Voi, per l’Italia, che ha la gloria d’avervi figlio, per le sue sorti, di cui questi trionfali vostri giorni, hanno fatto risorgere le più belle speranze! Dio vi benedica sempre, nostro buon Genio, e mi conceda l’occasione di mostrarvi talvolta l’affetto vivo profondo che nutrirà sempre per la Patria, per Voi. La devotissima Vostra Sorella e amica Laura Solera Mantegazza”.
Dopo l’esilio alla Sabbioncella, nel 1850 la Solera fece ritorno a Milano e si buttò a capofitto su un progetto sociale: con l’amica Ismenia Sormani istituì il primo ricovero per bambini. Laura si impegnò per affrontare un problema sociale: i ragazzi che crescevano per strada a causa del lavoro delle madri operaie. Aveva piena coscienza che il lavoro delle donne era la strada verso l’autonomia. Negli stessi anni creò una scuola per donne analfabete. Le incoraggiava, le spingeva a una coscienza critica nei confronti della politica e della vita, voleva rendere dignitosa una condizione femminile fatta di sudditanza e ignoranza. Con la carità e il lavoro insegnava alle donne che l’autonomia economica e l’istruzione erano la chiave di volta per l’emancipazione. Anche così nasceva l’Italia unita.