150° amministrazione – LA COMPOSIZIONE DELLO STATO

È vero, “fare gli italiani” non è stato facile e ancora oggi si arranca su questo versante, ma anche fare l’Italia non si è dimostrato un lavoro di pochi anni. Il Risorgimento è un periodo complesso che non si risolve nella spedizione dei Mille prima, nell’annessione del Triveneto dopo e nella presa di Roma poi. Una volta raggruppato il territorio sotto il tricolore sabaudo serviva dare una fisionomia accettabile al nuovo Stato, in maniera che dal centro alla periferia fosse possibile controllare, partecipare, interloquire ai vari livelli non soltanto sociali, ma anche amministrativi.
Per sporcarsi le mani con la burocrazia non c’era chiaramente l’eroe dei due mondi, né potevano impiegarsi i teorici dell’ideale. Sono due le figure che non avevano paura della concretezza della politica, della real-politik – si direbbe oggi – erano Bettino Ricasoli e Francesco Crispi.
Il primo, nobile fiorentino, fondò il giornale La patria dove cercava di dettare i principi di una costituzione italiana, diventò governatore della Toscana e poi nel 1861 Primo ministro del nuovo stato italiano. Era molto religioso e negli anni cercò sempre di non porsi in contrasto nei riguardi dello Stato Pontificio fino ad arrivare a proporre per due volte al Parlamento di restituire alla Chiesa tutti i possedimenti di tutti gli ordini religiosi.
Il secondo, umile deputato repubblicano di Castelvetrano, era approdato quasi per scommessa alla Camera dei deputati a Torino. Povero e timoroso diventò in pochi anni una delle figure di spicco del nuovo Parlamento nazionale. E sarebbe fin troppo facile, oggi, paragonare certe intemperanze di Crispi con l’improntitudine di alcuni parlamentari e alti politici, perché nonostante il trasformismo (Crispi da repubblicano diventò monarchico), nonostante l’accusa di bigamia e la sua risolutezza a non farsi incastrare per fatti privati, la figura politica di quest’uomo dell’Ottocento è rimasta una delle più forti e chiare, al di là dei giudizi contrastanti sulla persona.
Entrambi hanno in comune, sopra ogni cosa, il principio dell’unità nazionale. Tutti e due avevano, contro ogni possibile avversione, la missione dell’unità come legge base. Sia Ricasoli sia Crispi fecero alcuni sbagli e molti provvedimenti di governo importanti sia per la politica interna sia per quella estera, ma qui interessa affrontare due loro azioni politiche che sono buona parte del fondamento dello Stato nazionale: Ricasoli (esponente della destra storica) decretò l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia, dando le basi all’ordinamento statale; Crispi (esponente della sinistra storica) si oppose al tema fondante della cittadinanza italiana, ma anche se la sua posizione non fu vincente spiega bene, ancora oggi, un principio fondante.
Bettino Ricasoli fu Primo ministro dopo Camillo Benso di Cavour nel 1861 e 1862, poi svolse un secondo mandato nel 1866 e 1867. Ma fu nel 1865 che venne approvata la legge che porta il suo nome, ispirata al modello centralista francese. La legge Ricasoli aveva come obiettivo il viaggio veloce degli ordini dello Stato centrale verso le periferie, quindi il Regno d’Italia fu suddiviso in livelli amministrativi, che gerarchicamente rispondevano alle prefetture, che erano direttamente controllate dal Governo attraverso il Ministero dell’Interno. Le prefetture erano (come ancora oggi sono, ma senza incarichi decisionali di governo locale) la diretta emanazione dell’amministrazione centrale e avevano una diffusione provinciale. Quindi il Prefetto presiedeva la Deputazione provinciale della quale facevano parte alcuni consiglieri che erano eletti nel Consiglio provinciale. Al di sotto della Provincia c’erano i Comuni che erano la base dell’ordinamento amministrativo ed erano composti dal Consiglio comunale fatto da eletti, dalla Giunta comunale, dal segretario comunale e da un ufficio di pratiche. I consiglieri venivano eletti dal popolo mentre il Sindaco era nominato tramite Decreto Regio, all’interno della rosa dei consiglieri comunali eletti. In sostanza il Sindaco era il capo dell’amministrazione locale, ma anche ufficiale del Governo, quello centrale, statale. Il suo nominativo era proposto dal Prefetto e nominato dal Ministro dell’Interno. Questo sistema così collegato e interdipendente aveva però i benefici di un’autonomia impositiva molto spinta, quasi come una specie di vero federalismo fiscale, certo più efficace del pastrocchio votato qualche giorno fa.
Anche Francesco Crispi ha fatto due mandati come primo ministro, dal 1887 al 1891 la prima volta, e la seconda dal 1893 al 1896. Ma fu nel 1861 che Crispi intervenne in Parlamento per offrire una variante alla proposta di legge del presidente del consiglio Camillo Benso Conte di Cavour con la quale individuare come ottenere la cittadinanza italiana. La proposta di Cavour aveva, in qualche misura, un’ispirazione poetica che arrivava dritta da Alessandro Manzoni e dalla sua famosa poesia V Maggio, nel passo che dice “che volle in lui/del creator suo spirito/più vasta orma stampar”. In sostanza Cavour indicò nella sua proposta che la cittadinanza italiana era acquisita da padre italiano. A questa tesi si oppose Crispi, discutendo animatamente contro Micheli e altri deputati. Crispi sosteneva che fosse più opportuno non associare la cittadinanza al sangue, ma al suolo, cioè – a suo parere – la cittadinanza italiana doveva essere acquisita da chiunque nascesse in Italia, e si spinse a proporre che al momento si doveva intendere italiano anche chi fosse nato in Trivenento o nello Stato pontificio, cioè in due aree territoriali che si comprendeva facessero parte idealmente dell’Italia, ma che in quel periodo erano ancora sotto la giurisdizione di altri stati.
L’idea di Crispi sembra semplice e di grande forza identitaria, portando in sé anche il vero spirito sociale di una nazione, vale a dire la responsabilità personale di ciascuno verso lo Stato piuttosto che verso la famiglia. Chiaramente vinse la posizione di Cavour, per questo, forse, la cittadinanza degli italiani è intrinsecamente legata più al familismo che alla componente pubblica.
E ancora oggi, indovinate un po’ come funziona?
Le Prefetture italiane che hanno un sito web indicano questo principio: la cittadinanza italiana si basa sul principio della discendenza, per il quale il figlio nato da padre italiano o da madre italiana è italiano.