150° libri - IL GATTOPARDO

È difficilissimo trovare il libro più rappresentativo dell’unità nazionale. Più che in altre discipline artistiche e culturali, la storia della letteratura italiana contiene opere numerose che descrivono in misura sublime e con storie degne il nostro Paese. Pensiamo soltanto ai due romanzi fondanti del Risorgimento: I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. E come dimenticare la forza di poeti antichi come Dante o Petrarca, o di altri autori come Alfieri, Foscolo, Leopardi. Tuttavia, al di là dei classici delle nostre patrie lettere, si può ritrovare ne Il Gattopardo il racconto del più intimo carattere italiano, legato a una sorta di fatalismo, misto a coraggio passivo e opportunismo.
La vita di questo libro comincia però in maniera piuttosto sofferta. Infatti, la valutazione di questo romanzo è stato uno degli errori dello scrittore e curatore editoriale Elio Vittorini, che ne lesse il manoscritto ma non seppe capirlo, tanto da rifiutarlo per la pubblicazione. Infatti sia Einaudi sia Mondadori respinsero l’opera che, infine, fu pubblicata postuma da Feltrinelli, nel 1958. Qualche anno dopo, nel 1963, colpito dalla forza espressiva della storia e dalla meraviglia dell’ambientazione, il regista cinematografico Luchino Visconti traspose il romanzo in un lungometraggio di grande impatto visivo, con tre attori eccezionali come Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon. Da quel momento il romanzo ebbe grande successo, e riuscì ad avere una grande diffusione anche all’estero, con varie traduzioni in tantissimi Paesi dove si leggeva questo libro come una specie di compendio delle storie italiche più corrispondenti alla struttura identitaria e sociale della penisola. Infatti la polemica dell’autore contro la mal consapevole barbarie siciliana (che per estensione potremmo attribuire – col senno di poi – all’intera Italia) fa capolino in ogni capitolo del romanzo, quando non vi si affaccia addirittura come tema principale.
L’autore de Il Gattopardo era il nobile Giuseppe Tomasi di Lampedusa, duca di Palma e principe di Lampedusa che, in una lettera confidenziale, spiegò che il libro fu una reazione ai successi in altri campi dei suoi altrettanto nobili cugini: “avevo la certezza matematica di non essere più fesso di loro. Cosicché mi sono seduto a tavolino e ho scritto un romanzo…”. E certamente Tomasi di Lampedusa tutto era tranne che fesso. Era un gran signore, cresciuto con modi ottocenteschi e in parte all’estero. Ed era proprio l’educazione non provinciale che contribuiva a separarlo dalla media dei nobili palermitani. Aveva un modo chiaro e concreto di conversare, conosceva l’arte di lusingare deliziosamente quando voleva o di pungere con altrettanta forza, sapeva divertire gli interlocutori e aveva una facilità spontanea nel risolvere i piccoli imbarazzi che di solito accadono in ogni rapporto umano non confidenziale. Aveva una smisurata conoscenza delle culture francese e inglese, disincanto senile, pessimismo aristocratico e formazione positivista. Tutte queste caratteristiche gli conferivano il dono della semplicità, “una semplicità trasferita su un elevato piano dall’acume mentale e nutrita dalla ricchezza di nozioni”, come diceva il suo allievo Francesco Orlando.
Tomasi di Lampedusa studiò tra Palermo e Roma, partecipò alla Prima Guerra Mondiale, e poi sposò la psicanalista lettone Licy Wolff Stomersee, figlia di un barone tedesco. Nel dopoguerra viveva a Palermo e qualche anno dopo cominciò a collaborare con alcuni giovani intellettuali della città, come Gioacchino Lanza (col quale aveva soprattutto un rapporto affettivo, tanto che lo adottò) e con Francesco Orlando (che successivamente diventò uno dei massimi studiosi italiani di teorie della letteratura). Proprio Francesco Orlando era il giovane che prendeva lezioni di inglese e francese da Tomasi di Lampedusa e qualche volta lo aveva aiutato a trascrivere il romanzo, che il vecchio nobile dettava.
Il Gattopardo racconta la storia della famiglia del principe Fabrizio Salina, nel clima oscuro della decadenza nobiliare siciliana con lo sbarco dei Mille di Garibaldi e i ribaltamenti di fronte della quieta esistenza isolana. Il principe Salina conduce una vita piuttosto dissoluta e rappresenta piuttosto bene l’incredulità critica di fronte a un mondo nuovo che arriva in Sicilia con i piemontesi e con l’Unità d’Italia. Egli disprezza questo nuova società dei borghesi e delle norme statuali, perché ne coglie il limite umano, e tuttavia la sua condotta morale e le convenzioni nobiliari non sono certo migliori. Nonostante questo e suo malgrado don Fabrizio pensa di non poter fermare questa novità dell’annessione al Regno d’Italia e si schiera a favore, ma rifiuta un seggio in Parlamento pensando di non essere davvero parte di quel nuovo mondo.
Invece il nipote del principe, Tancredi, si era unito ai garibaldini prima per spirito vitalistico poi perché, opportunisticamente, pensa di poter manovrare il nuovo potere sabaudo e nazionale. Ma la forza del libro non sta nell’intreccio o nella storia, quanto nella descrizione letterariamente sociologica della Sicilia. Parlando del periodo dell’Unità d’Italia, in realtà Tomasi di Lampedusa, cerca di raccontare agli italiani lo spirito siciliano, il fatalismo disincantato e l’orgoglio stanco di questa popolazione abituata da sempre a un potere dispotico che viene da fuori.
Il Gattopardo non è propriamente un romanzo storico, non mette in scena l’ottimismo pur cauto di un avvenire sempre migliore dell'uomo, come sembrava nel Manzoni e in Ippolito Nievo. Il romanzo descrive la triste consapevolezza che la storia umana non prevede le “magnifiche sorti e progressive”, cioè testimonia una concezione non trionfalistica della storia.
È stato un romanzo che ha fatto molto parlare di sé, e su cui la critica ha dedicato ampie pagine. Famosa la frase che non spiega – come molti sostengono – il tema del racconto, ma che comunque è diventata extra-testuale e usata in varie situazioni per descrivere il carattere degli italiani: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi”.

ALTRI LIBRI
Le confessioni di un italiano, Ippolito Nievo (1867)
Gli indifferenti, Alberto Moravia (1929)
La vita agra, Luciano Bianciardi (1962)
La storia, Elsa Morante (1972)
Generazione, Giorgio Van Straten (1987)
Gomorra, Roberto Saviano (2006)