Battaglia di Magenta (1861), Giovanni Fattori

Battaglia di Magenta

Giovanni Fattori era un giovane inquieto. I moti di Toscana del ’48 lo distolgono dalla pittura e il partito d’azione lo usa come fattorino di corrispondenza per far circolare stampati incendiari in vari paesi toscani. Finita quest’avventura torna alla pittura. Abitava con uno scultore in una soffitta in via Nazionale a Firenze e “una bella biondina, moglie di un fiaccheraio, si era innamorata di me. Veniva a farci le minestre di magro”. È il pittore romano Nino Costa conosciuto nel 1859 che gli consiglia di partecipare al concorso indetto da Bettino Ricasoli, allora reggente del governo toscano, per quattro grandi tele sulle battaglie di Curtatone, Palestro, San Martino e Magenta: “Questi quadri mi dettero lo spirito acuto di fare studi di animali e paesaggio, e di essere continuamente osservatore della vita militare”.Il 2 luglio 1860 si sposa con Settimia Vannucci e vanno insieme sui luoghi della battaglia di Magenta per eseguire studi. Nella piccola città lombarda il 4 giugno del ’59 si era combattuta la battaglia fra l’esercito franco-piemontese comandato da Napoleone III e gli austriaci agli ordini del maresciallo Giulay, battaglia che si risolse in favore dei primi e che aprì alle truppe vincitrici la strada per Milano. Nelle sue battaglie i soldati a piedi mostrano le facce popolane da contadini e artigiani, molti sono visti di spalle. A Fattori il fatto eroico non interessa, gli piace di più raccontare la fatica, l’ansia, la paura, tutto ciò che si coglie se al fronte si arriva da dietro e ci si mischia tra i faticatori: contadini, analfabeti, gente che ci lascia la pelle.