L’angelo della città (1948), Marino Marini

Marini subì certamente l’influenza di Medardo Rosso, lo scultore futurista che meglio di tutti seppe esprimere un’epoca, con un piglio artistico molto forte e con una tecnica originale e di grande carattere. Fece il suo bel viaggetto in Francia, a Parigi, come tutti dovevano fare in quegli anni e tornò in Italia con la testa ingombra di idee e progetti. Aveva studiato con un pittore e viaggiatore di spessore, quel Galileo Chini che raccontò, anche sulla tela il mondo orientale che aveva visto nei suoi spostamenti al seguito di scienziati, antropologi e naturalisti. E aveva appreso le prime arti scultoree all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1929 decide di trasferirsi a Milano dove poco dopo prenderà la cattedra di scultura alla Scuola d’arte di Monza e poi dal 1940 in avanti insegnerà all’Accademia di Brera.Marini scolpirà quasi esclusivamente cavalli e cavalieri, con una ossessività figurativa che il critico Argan definirà “oratoria austera”. La sua opera più famosa è L’angelo della città, cioè un buffo cavallino di bronzo che ha in groppa una figura umana piuttosto rotonda che sta a cavallo a braccia aperte. Peggy Guggenheim acquisterà questa sua opera ponendola all’ingresso del suo museo sul Canal Grande.