CABIRIA (Giovanni Pastrone) - 1914

CABIRIA

Realizzato dopo Quo Vadis? di Enrico Guazzoni, che lo precede di due anni, e prima di Intolerance dell’americano David W. Griffith, del 1916, Cabiria è il film più importante della giovanissima cinematografia italiana, che aveva sede a Torino, dove nacque la casa di produzione Cines, trasformata poi in Itala Film. È da questa che Pastrone ottiene quasi un milione di lire (cifra notevolissima per quei tempi) per girare il più grande film kolossal epico-storico dell’epoca, che fece scuola soprattutto per l’introduzione delle riprese col carrello. Anche la durata del film era un record, infatti la pellicola durava più di tre ore. Il titolo fu dato da Gabriele D’Annunzio, chiamato a collaborare alla sceneggiatura, ma che si limitò a dare i nomi ai personaggi più importanti e a scrivere le didascalie poetiche che intervallavano le scene del film. D’Annunzio non aveva esperienza della nuovissima arte cinematografica e il suo nome servì piuttosto a lanciare l’opera di Pastrone. Si racconta addirittura che quando il vate fu chiamato dal regista a visionare il primo montaggio della pellicola, D’Annunzio si fosse seduto a circa mezzo metro dallo schermo, come se stesse visionando un quadro invece di un film. Ispirato quasi certamente al libro di Emilio Salgari, Cartagine in fiamme, e in parte a Salammbò di Flaubert, il film racconta alcune vicende inventate su un quadro storico reale, al cui centro c’è la storia di Cabiria che, durante la seconda guerra punica (219 a.C.), viene venduta come schiava a Cartagine. Qui finisce per essere data in sacrificio al dio Moloch ma è salvata da un nobile romano e dal suo servitore Maciste, il personaggio che colpì maggiormente l’immaginario degli spettatori e diventò molto popolare, dando vita a una serie di film a suo nome. Maciste era impersonato da Bartolomeo Pagano, enorme scaricatore portuale di Genova. Le scenografie erano magnificenti, la musica di Ildebrando Pizzetti e Manlio Mazza suggeriva la tonalità epica della pellicola, e alcuni effetti di luce e di meccanica di scena (come l’eruzione dell’Etna) ideati dall’operatore Segundo de Chomon, dettero al film quel tono popolare e borghese che ne decretò il successo in Italia e soprattutto a Parigi e a New York, dove pare sia rimasto in proiezione per circa un anno.